"Io dico sempre: parliamo dei problemi veri, come le tasse e la ripresa del lavoro. Perchè gli italiani non mangiano pane e legge elettorale. L'importante è che ce ne sia una in vigore nel caso ci siano le elezioni, poi con un tempo adeguato si faranno le riforme istituzionali".
Queste parole sono state pronunciate da Silvio Berlusconi appena una settimana fa, il 31 maggio. Giorno in cui la Banca d'Italia e l'Istat mostravano la fotografia di un Paese prostrato da una crisi economica, sociale e occupazionale lunga quanto un incubo.
Dire che una cosa "non si mangia" è un escamotage cui si ricorre per negare un problema e spostare l'attenzione su qualcos'altro. Soprattutto in tempi di crisi è un escamotage efficace. È come dire "c'è ben altro di cui occuparsi". Lo fece ad esempio Tremonti per giustificare i suoi tagli brutali alla cultura: "Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia". Sbagliando grossolanamente, perché anche ragionando in meri termini capitalistici è chiaro che per l'Italia il patrimonio delle idee e della bellezza rappresenta un asset strategico.
Quindi, secondo Berlusconi, la legge elettorale non rappresenta oggi una priorità.
Non è prioritario cancellare il Porcellum, un sistema che garantisce al Cavaliere un notevole potere di interdizione e che assicura l'ingresso in Parlamento a persone scelte dai leader di partito o da una manciata di clic su Internet . Sicuramente non scelte dai cittadini attraverso un confronto tra i candidati.
Non è prioritario introdurre un sistema che invece garantisca, per quanto possibile, rappresentanza e governabilità attraverso il voto.
E va bene. Se questo fosse necessario per concentrare gli sforzi di tutti sul superamento della crisi economica, uno potrebbe dire ok, alla legge elettorale ci pensiamo dopo. Sarebbe un discorso magari semplicistico, ma comprensibile al Paese.
Ma le cose non stanno così.
Si scopre infatti che la priorità, per Berlusconi, è diventata un'altra. Il presidenzialismo.
Sul quale si possono fare alcune considerazioni.
La prima è che il presidenzialismo in sé non è una parolaccia, ma che accentrare il potere nelle mani di una persona sola in un Paese la cui cultura politica è sempre stata permeata dall'idea dell'uomo forte - a destra, ma non solo - qualche rischio lo presenta.
La seconda è che proprio non si capisce come un'operazione di smontaggio e rimontaggio della Costituzione possa avere successo proprio oggi dopo essere fallita più volte (ricordiamo i tentativi di Bozzi, De Mita-Iotti, della bicamerale di D'Alema) e in contesti politici assai più favorevoli.
La terza considerazione è che è fin troppo chiara la tentazione di Berlusconi di comandare il Paese dal Quirinale godendo allo stesso tempo dei poteri che oggi vengono conferiti al premier - anzi, incrementandoli - e al tempo stesso dell'immunità dai processi assicurata al Presidente della Repubblica.
Quindi, ricapitolando il Berlusconi-pensiero: in tempi di crisi bisogna affrontare i problemi delle tasse e del lavoro (giusto), perché le famiglie non mangiano pane e legge elettorale (è una verità, obiettivamente) mentre potrebbero essere molto interessate a portare a tavola il presidenzialismo.
Se è così, buon appetito presidente Berlusconi. Del perché gli italiani guardino al Palazzo con un crescente senso di nausea magari ne parliamo dopo il caffè.